Per un pugno di dollari

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Per un pugno di dollari: recensione a cura di CineMagazine

Nella storia della cinematografia italiana scolpito nella pietra. “Per un pugno di dollari” l’orgoglio personale di Sergio Leone. Regista e figura mitica. Antesignano di un genere che avrebbe prosperato dagli anni ’60 in poi in Italia: il cosiddetto spaghetti western, distaccatosi, per certi versi, dal classico e originario western americano.

Recensione “Per un pugno di dollari”

Ispirato ad un’altra figura leggendaria della cinematografia mondiale, Akira Kurosawa, il film in questione apre la strada ad un genere fino a quel momento inesplorato. Uno stile che abbinava in maniera pressoché perfetta l’ironia ad una certa vena battagliera insita nei personaggi.

Tratti distintivi esaltati ancora di più dagli sguardi penetranti dei protagonisti che la macchina da presa proiettava nella mente e negli occhi dello spettatore. Tra primi piani e amplificazioni sonori emergeva in maniera preponderante la figura di un eroe del vecchio western, ma con una nuova identità.

Effetti talvolta grossolani che non fanno altro che trasmettere un’impronta maggiormente ironica e spensierata ad un genere come il western di marca americana considerato da sempre brutale e violento talvolta nelle sue manifestazioni.

Sergio Leone restituisce con “Per un pugno di dollari”, sostenuto dalla magistrale interpretazione del celebre Clint Eastwood, una parodia molto apprezzata dal suo pubblico e non solo.

 

Anno di produzione: 1963. Nastro d’argento nel 1965. Un vero e proprio cambio di passo e prospettiva, amplificato ulteriormente dalla cosiddetta trilogia del dollaro, esemplificata alla perfezione dai successivi due lavori personali del regista: “Per qualche dollaro in più” ed “Il buono, il brutto e il cattivo”. 

Un western d’azione, ricco di colpi di scena e avvenimenti impressionanti sul piano fotografico, mantenendo, nel complesso, una traccia più che indelebile nel tempo. La colonna sonora di Ennio Morricone resta uno dei dischi più venduti dagli anni ’60 ad oggi. E non sarà affatto un caso. Tutt’altro.