Spot TV: cos’è, storia ed evoluzione digitale

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Lo spot in TV è un qualcosa che tutti gli italiani conoscono molto bene, poiché le sue origini risalgono agli anni ’50. Per capire com’è la situazione attuale, però, è necessario partire dall’inizio per poi poter comprendere tutti i cambiamenti che sono sorti nei vari decenni che si sono susseguiti.

Cos’è uno spot TV?

La risposta più semplice a questa domanda è sicuramente “la pubblicità che si vede in TV”. Una risposta che, in via generale, potrebbe anche essere giusta nascondendo, però, alcuni aspetti importantissimi.

La pubblicità sul piccolo schermo è solo la parte finale di un lavoro che dura settimane, se non mesi. Infatti, oggi, con il termine ‘spot in TV’ si intende ciò che gli spettatori vedono sul televisore così come tutto quello che c’è dietro a un filmato che, nella migliore delle ipotesi, può essere visto da milioni di persone.

Si va dal prodotto stesso da pubblicizzare, passando al concept di spot fino alle varie decisioni strategiche, come decidere il canale e l’orario di messa in onda.

La storia dello spot in TV

Lo spot in TV ha subìto, come detto, vari cambiamenti. Ecco, quindi, la storia di questa forma di pubblicità che tanti oggi danno per morta ma, in realtà, è ancora viva e vegeta.

Il primo spot in TV della storia

Come si può immaginare, per capire qual è il primo spot in TV della storia è necessario andare in America, nel Nuovo Continente. Siamo nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale, e l’emittente locale della NBC – la WNBT – trasmette uno spot TV sul settore moda, pubblicando un video in cui viene pubblicizzato nello specifico un orologio targato Bulova.

Durata e costo? Rispettivamente 10 secondi e 4 dollari.

Il primo spot in Italia e il ‘boom’ con Carosello

Bisogna aspettare 16 anni rispetto agli Stati Uniti per vedere la prima pubblicità in Italia: siamo nel 1957 e bisogna far riferimento a Carosello, nato quasi ‘per costrizione’. Sì, perché all’epoca era assolutamente vietato fare pubblicità durante le trasmissioni televisive e, per questo, fu inventato un format ‘ibrido’. Carosello, per l’appunto. In linea di massima, si trattava di un video di 135 secondi, in cui nei primi 105 doveva essere uno spettacolo senza alcun riferimento pubblicitario mentre i restanti 30 – che dovevano essere necessariamente la parte finale – potevano essere puramente dedicati alla pubblicità di un prodotto. Inoltre, c’era l’obbligo di distinguere con chiarezza la parte di spettacolo con quella pubblicitaria vera e propria, attraverso uno slang chiaro.

Fu un vero e proprio successo, tanto che alcuni slang divennero di linguaggio comune. Menzionarne solo alcuni potrebbe voler dire fare torto ad altri. Le trasmissioni molto brevi di Carosello, per certi versi, possono essere considerati anche gli ‘antenati’ dei video brevi che si trovano sui social al fine di consigliare un prodotto.

Senza dimenticare i tantissimi riferimenti a ciò che succedeva nella società, come ad esempio il fatto che alcuni personaggi avessero un accento molto marcato, proprio per sottolineare alcuni aspetti di quel territorio.

La chiusura di Carosello e l’avvento delle televisioni private

Come tutte le cose, anche Carosello ha avuto una fine. L’ultima puntata è, infatti, datata primo gennaio 1977.

I motivi che hanno portato alla chiusura possono essere molteplici. Noi ne menzioniamo alcuni:

  • La società cambia. Così come anche la cultura di un popolo. Nessun prodotto o servizio può durare per sempre (a meno che non si tratti di un bisogno fisiologico) senza evolversi;
  • In molti casi, la parte iniziale del filmato risultava essere più incisiva degli ultimi 30 secondi, quelli dello spot vero e proprio. E questo, ovviamente, creava un danno enorme a tutte le aziende che volevano acquistare uno spazio nella RAI (all’epoca non esistevano ancora le reti private);
  • Carosello, per molti aspetti, era ‘troppo’ legato alla società italiana, creando non poche difficoltà ad aziende estere, che difficilmente investivano nel Bel Paese;
  • L’avvento della tv privata, di cui parleremo nel prossimo paragrafo.

L’arrivo di Fininvest ha rivoluzionato tutto

Negli anni ’80 c’è stato il boom della televisione commerciale che, insieme ai cambiamenti apportati da alcune leggi approvate dal Parlamento, ha rivoluzionato il mondo dello spot in TV. Siccome questo tipo di reti si sostiene solo dalla pubblicità, il pubblico si è trovato di fronte a un nuovo modo di realizzare lo spot per il mondo della televisione.

In primis, c’è stata un’analisi più ‘scientifica’ del telespettatore: per rendere appetibili i propri spazi, infatti, sono partiti gli studi su cosa potesse preferire quel tipo di pubblico. Esemplificando, si è cominciato a pubblicizzare giocattoli durante i cartoni animati o prodotti casalinghi la mattina quando (almeno negli anni ’80 fino agli anni 2000) a quell’ora le donne erano in casa.

Gli spot, inoltre, sono diventati molto più spinti, sia in termini di nuove tendenze che nel linguaggio. Tanto è vero che si è stati costretti a mettere dei limiti, come ad esempio il Decreto Legislativo del 2 agosto 2007, n. 145 ad opera dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, fondata nel 1990.

All’inizio, la Rai ha avuto la colpa di sottovalutare il fenomeno e, con il tempo, ha dovuto rincorrere, inserendo anch’essa degli spot pubblicitari che seguivano il filone delle tv commerciali.

La rivoluzione del digitale: come lo spot in TV ‘resiste’

Tra i due litiganti – la tv commerciale e quella pubblica – il terzo gode. Così si potrebbe riassumere l’avvento del digitale, il terzo incomodo appunto, che ha nuovamente cambiato le carte in tavola. Sbaglia chi pensa che lo spot in TV sia una cosa totalmente diversa dalla pubblicità che è presente online. Anzi, tutt’altro. L’una, infatti, contamina l’altra. Ad esempio, nei siti delle varie emittenti, quando viene offerta l’opportunità di rivedere le puntate di una trasmissione, ci sono spot che non passano in TV così come, al contrario, ci sono spot che passano in tv ma non sul web.

Per non parlare, poi, dei vari influencer che prestano il loro volto per un marchio che dovrà andare in tv, provando, così, ad attrarre sia il pubblico più avanti con l’età che quello più giovanile. Al momento, però, la rivoluzione è ancora in corso e ci saranno sicuramente altri aspetti da considerare. Resta, però, un fatto imprescindibile: più volte data per morta, più volte data per ‘inutile’,  la tv ha ancora un suo ruolo di prestigio. Così come lo spot pubblicitario.